La solita vecchia storia, il mondo del lavoro è sempre più governato dalla mancanza di rispetto e dall’uso strumentale delle persone. E più il lavoro è di tipo creativo o culturale, e più l’intricata giungla dei rapporti lavorativi si infittisce, fino a diventare una zona franca, dove tutto è concesso e la meritocrazia ha chiesto asilo politico altrove.

È quello che mi è successo, ecco dunque brevemente i fatti: dopo aver realizzato la grafica di due collezioni nel 2011 e 2012 per il brand The Fake Couture di Officine Alternative srl, l’azienda per cui lavoravo chiude, e il datore di lavoro mi autorizza a utilizzare le mie creazioni grafiche (per contratto ne avevo ceduto i diritti di utilizzo all’azienda stessa), tanto che decido di inserirle su Society6. A distanza di due anni scopro però che lo stilista (che venne licenziato circa due mesi prima della chiusura dell’azienda per inadempienza degli oneri contrattuali), ideatore del concept da me realizzato, lo esibisce senza remore (sotto forma di stampe o simili) nel video che pubblicizza la sua nuova collezione.

Tutto questo senza citare, né interpellare né tantomeno ringraziare chi ha contributo in maniera sostanziale alla creazione della peculiarità della linea di abbigliamento in questione.

Allora la domanda che mi pongo è sempre la stessa: dov’è finita la riconoscenza per il lavoro altrui? Perché non si è più capaci di chiedere o almeno di ringraziare? Un gesto così semplice eppure diventato talmente obsoleto da dimenticarne il senso sociale prezioso, capace di dare dignità agli altri e a noi stessi. Capace di ridonare al lavoro la dimensione che gli è propria, quella di nobilitare.

 

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